Dallo svizzero col nome di una dea a Vialli y Mancini. Il romanzo della Doria.
Tutto inizia con Franz Calì, che arriva da Ginevra a inizio '900. Entra nel Genoa, poi si fa la sua squadra. Il top nel ‘91 con la vittoria dello scudetto della Samp d’oro di Boskov
Di Germano Bovolenta 8 aprile 2025 (modifica alle 11:19) – MILANO
Il primo Derby della Lanterna? C’è una data: 9 marzo 1902.
Su un campetto vicino al torrente Bisagno, prima sfida con il Genoa,
già quattro volte campione d’Italia. Vincono i “grifoni”, 3-2. Nasce la storia
del derby che durerà, fra alti bassi, discese e risalite, per sempre. Quel
risultato era solo l’inizio di una rivalità infinita. Cambiano i nomi, cambiano
i campi, cambiano le passioni. Ma l’atmosfera rimane. Francesco, l’amico Franz,
costruisce una classica del calcio italiano. Anni di sfide, di scontri, botte e
pagine di vita vissuta. Poi arriva la Sampierdarenese. Mentre Genoa e Andrea
Doria infiammano la città, sempre in lotta per la supremazia, ecco che,
improvvisamente, si inserisce una terza forza. Piccolina, spuntata oltre il
promontorio di San Benigno. È fondata da un gruppo di studenti della sezione
calcio della Società Ginnastica Comunale Sampierdarenese. Sembra un fuoco di
paglia, una cosetta così, roba da fuori porta. E invece i ragazzi crescono,
l’ascesa è rapida e sorprendente.
In pochi anni, la Sampierdarenese, rinominata pomposamente
Liguria, debutta in campionato. Scalata vertiginosa e inarrestabile: dalla
Terza Categoria alla Serie A in dieci anni. Nel 1922, anno della marcia su
Roma, la Sampierdarenese, che molti chiamano già Samp raggiunge la finale. Si
arrende alla Novese solo dopo tre gare. La Samp, cioè Sampierdarenese dell’era
fascista, indossa una maglia bianca attraversata da una banda rossonera ed è
ormai nell’élite del grande calcio nazionale. Raccontano le cronache: stile di
gioco, grinta e spirito combattivo. Il carattere della sua gente, lavoratori
del porto e delle fabbriche.
Ma tutto si muove, tutto si trasforma. Genova è grande e il
fascismo s’inventa la “Grande Genova”. Nel 1927 i gerarchi impongono la fusione
tra Sampierdarenese e Andrea Doria. Momento traumatico, tifosi affranti. Nasce
la Dominante. La maglia? Per niente allegra. Nera, come i colori del regime.
Poi ancora cambi, passaggi, piccoli traslochi societari e fusioni. Insomma,
confusione sotto la Lanterna. E non solo. Periodi cupi e giorni tristi, qualche
risveglio e molte speranze. La Seconda Guerra Mondiale sconvolge l’Italia,
anche quella del calcio. La stagione 1945-46 è disastrosa per tutte le squadre
genovesi. Che si fa? Un’ altra fusione? Per forza. Estate 1946, Andrea Doria e
Sampierdarenese si accordano. Nasce una nuova squadra. "Come la
chiameremo?", s’interrogano dirigenti, giornalisti e tifosi. Doria-Samp o
Samp-Doria? Va bene Sampdoria tutto attaccato. Prima stagione 1946/47. I colori
della maglia? Blu con una fascia orizzontale bianca, attraversata da striscia
rossa e una nera. Al centro, lo stemma della Repubblica di Genova. Una
combinazione che all’inizio suscita perplessità. Poi diventa una delle divise
più iconiche del calcio italiano. Quella maglia era più di un semplice
indumento sportivo: era il manifesto della città.
L’anno prossimo quella maglia entrerà, anche se i nomi e i
presidenti (qualcuno non molto limpido) sono cambiati, nell'80° anniversario.
Ottant’anni portati bene, con dentro i leggendari colori e una squadra da
sogno. Quella di Paolo Mantovani. Con Vialli y Mancini, come diceva Vujadin
Boskov. "In verità vera io vi dico che mai, dico mai, non ci sarà più una
squadra come quella". La Samp d’oro, quella che vince lo scudetto (e che
scudetto!), che fa la finale della Coppa dei Campioni con il Barcellona e perde
solo per un “tiraccio” di Koeman. Che vince, incanta e fa altre finali. La Samp
che regala gioia, allegria, divertimento. Il blucerchiato che diventa cerchio
blu. Un’ etichetta, un sorriso.
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